Non bisogna essere dei professionisti del settore perché qualcuno ci rivolga
queste domande. La risposta, la singola risposta, è varia e dipende dai momenti,
da chi noi siamo, da chi è l’interlocutore: per stare in compagnia degli amici,
per godere di bei paesaggi e dell’aria aperta, per il silenzio e la natura, per
l’impegno ed il gesto, per l’autoaffermazione e lo svago…
Ma le due domande per me sono estremamente differenti, e richiedono
risposte indipendenti. Perché vado in falesia (che sia falesia, via lunga,
montagna o altro, in quest’ottica per me non cambia se non di poco)? Per quanto
ho scritto sopra.
Perché arrampico?
Sabato 20 arriviamo ad Olbia verso le sette e qualcosa del mattino. Il cielo
pare promettere bene e così, nell’aria frizzante (fredda!) e sotto il cielo blu,
imbocchiamo la SS131 che si snocciola davanti ai nostri cofani tra granito rosso
e bianco e calcare rosso-biango-giallo-grigio. Tra terra bruna e macchia verde,
tra sfilacci candidi di nubi e cielo azzurro come carta da zucchero. E’ la terza
volta che vengo qui, e per la terza volta l’energia che si sprigiona nel corpo
quando davanti a te hai giorni e giorni di isola, è qualcosa che ti fa cantare,
gioire, trillare e vibrare.
A Cala Gonone ci accoglie il freddo, l’aria un po’ sonnolenta del paese (dopo i
fasti estivi), ed un cartello letto fugacemente che con gran culo (ehm)
ci porta all’appartamento che occuperemo tre giorni a prezzo davvero modico.
A Cala Gonone l’eccitazione ci pervade e, come da progetto, carichiamo le mezze
ed il materiale ed in cinque su una sola macchina facciamo la strada di
Margheddie fino in fondo, dove 4 turisti stranieri ci chiedono se arrampichiamo
a destra o sinistra, sulle brevi placche falesistiche della falesia, o giù sulla
scogliera che si perde là sotto dove i loro occhi non saranno mai (vicini e
spalancati quanto i nostri).
Le doppie si srotolano l’una dietro l’altra tra cordate che scendono prima di
noi e cordate che risalgono (molto prima di noi). Il cielo è… veloce e vario.
Nervoso. Instabile. Appagante ed energizzante. Là in basso ci ritroviamo tutti e
cinque. Sì. Tutti e 5 ci ritroviamo lì perché F&B non trovano la loro via e si
calano sulla nostra. Bene, ancor più bello iniziare la stessa vacanza sulla
stessa via.
Passa un po’ e tocca a noi tre. Mi lego. E mi pervade quell’emozione che quasi
solo sulle vie lunghe trovo. Sulle vie lunghe fatte da primo. Leghi due corde
all’imbrago. In una V stretta leghi due persone a te, e tu ne sei il vertice.
Responsabilità. Aspettativa. Voglia. Speranza. Timore. Energia e fremiti.
Parto, ed il tiro è ben più facile di quanto scritto sulla carta. Sosta e
recupero i due amici. La V torna ad essere un punto senza dimensioni, ma tra un
po’ deve riprendere ad aprirsi e distendersi. La fessuretta obliqua mi fa paura,
ma ho voglia di metterci le mani, di sentire qualcosa che mi fiotta attraverso
il corpo e si scarica lungo le mie ossa come fosse elettricità. Faticosamente
scavalco i compagni e parto. E’ dura. Per me è dura. F ha passeggiato, B lo ha
seguito, ma loro sono F&B, io sono io. E sono qui, a pochi metri dai miei amici,
e sono già appeso guardando queste tracce di magnesite che solo oggi, anche solo
oggi, finlandesi, inglesi e tedeschi hanno contribuito a marcare ancor di più.
Riparto, mi muovo, il vuoto non è molto, ma la consapevolezza che aumenterà
sempre di più anziché terminare ad una catena rende il gas ancor più rarefatto.
Sono ancora appeso. Ma poi passo. Insomma vado. Non volo, non me la sento ancora
di andare al limite delle mie possibilità quando sotto di me tutto è appeso,
trespolato, e non solidamente piantato piedi a terra. Però vado vicino al mio
limite. La parete spiana. I fix passati son già un certo numero, e d’altro canto
l’Alchimista recita S1. S1, sì, ma riferito ai tratti duri. Dei tratti meno duri
non dice nulla se non, a voler guardare bene, un pallino dove di solito ce ne
sono due. Vai sereno, dove devi stringere al massimo. Vai ancor più sereno, dove
devi stringere meno, che lì abbiamo risparmiato acciaio. Uhm… Una rampa facile
facile mi porta ad un bucone di un metro e mezzo di diametro. Ho piedi come sul
marciapiede, e posso godermi il terrazzino e la corda, ininterrotta e non
disturbata dai rinvii, che scompare lentamente sotto di esso. Il fix è là dove
ancora strapiomba. 5 metri sotto, circa. Il prossimo è una bella placchetta due
metri sopra la mia testa, un metro sopra il bordo del bucone. Che ci vuole,
basterà alzare di un passo i piedi e rovesciare questo bordo per… AHI, il bordo
è svaso! Molto svaso e molto liscio! Non unto, no, solo… liscio. I piedi li ho
alzati di un passo, ma alla bella placchetta che occhieggia (sinistramente ora)
manca ancora mezzo metro.
Provo.
Guardo.
Riprovo.
Osservo la corda e mi pare che sparisca là sotto sempre più veloce, sotto i miei
occhi sempre più aperti, là oltre il terrazzino. Non è possibile: 5 metri
sprotetti, e saranno sei ora che arrivo al prossimo. Ma… ma se stringendo questo
bordo non calcolo bene le geometrie strane dell’arrampicata e non rieco ad
alzare i piedi? Se ci riesco e il bordo scivola, e le mie mani spasmodicamente
lo toccano e tastano e ritoccano cercando posizioni migliori che non esistono,
mentre non sono in grado di staccare una mano, di rinviare, di discendere, di
fare altro che non sia cadere, rimbalzare delicato sul terrazzino, e fiondare
sotto per 20 metri?
Ohccristo!
Immagino i miei compagni vedermi fiondar di sotto, irrigidirsi col secchiello in
mano, chiedermi se tutto va bene dall’alto in basso. Non vedo me stesso dire che
va tutto bene. Cristo ho paura! Una paura tremenda, e sono terrorizzato sono
bloccato sono… SOLO! SONO SCHIFOSAMENTE SOLO quassù! I compagni non mi vedono.
Non mi sentono. Io voglio il loro conforto ma loro non ci sono. Non so cosa fare
non lo so non lo so perdo la testa … no! Non-devo-perdere-la-testa. Respiro. Mi
forzo a staccare le mani da quel bordo, a fare un passetto indietro e
appoggiarmi con la testa alla roccia. Respiro. Ok, scendo.
Disarrampico 4 metri, scorgo i miei compagni, mi guardano consapevoli che per
troppo tempo la corda è stata ferma e poi ha iniziato a fare del lasco perché
tutto sia perfettamente ok. BLOCCA! Capiscono. Mi bloccano al fix.
NON CE LA FACCIO! – gli grido – C’è un runout di 5 metri e poi un passo che non
è duro, ma non è banale, e io ho paura! Cosa facciooooo?!
Chiamiamo F&B, magari scendono a passare la corda… - rispondono palesemente per
dire qualcosa.
So che non accadrà mai. I cellulari non prendono, F&B sono tanto su, e poi io
non lo troverei accettabile. Dentro di me so che riproverò, ma ancora non me ne
voglio rendere conto. I miei compagni mi guardano. Attendono.
Ok, ok, io vado, ma occhio, che se volo qui faccio 20 metri. OCCHIO, per favore,
occhio.
Riparto.
Arrampico quei 5 metri con un tumulto di paura ribollente nel cuore che
rapidamente si sta congelando. Ogni scoglio è insormontabile fintanto che non
inizi a calpestarlo, e allora per quanto sia lontana la vetta, la vedi. In
qualche modo lo stallo diventerà azione, e qualcosa cambierà. Il fix passato, la
corda rinviata, o io che nel terrore precipito per 15, 20 metri. In qualche modo
la situazione non rimarrà quell’inattività esasperante di prima.
Arrivo al passo.
Devo stringere questo bordo maledetto.
Nemmeno troppo.
Il piede destro lì, è anche nero.
Il sinistro va là – qui, ecco qui, me la faccio sotto – , che è anche nero. Ma
mentre ho il bordo, mentre ho il piede destro su, mentre stacco il sinistro, so
che prendo una strada dalla quale non posso che uscire in una delle due
condizioni di sopra. E una mi piace, l’altra mi terrifica.
Stacco il piede.
E sono davvero freddo.
Ancora una volta, l’azione è preferibile a ogni altra cosa.
Col senno di poi mi rendo conto che in quel momento non sentivo caldo, freddo,
ansia, vento, paura, niente. Solo l’attesa di quanto sarebbe accaduto e nel
frattempo il mio corpo che si muoveva di quei 30 centimetri che… Cazzo, che
facile che era! Con calma prendo il rinvio, lo passo nel fix, sollevo la corda,
e la rinvio. Poi dimentico. Guardo la prossima presa. E parto.
Il resto sono 80-90 metri di roccia splendida, di movimenti piacevoli, di
godimento, di paura controllata, direi timore. Insomma di arrampicata. Sotto una
debolissima pioggerella usciamo in cima. Ci stringiamo la mano. Feo mi dice
“bravissimo Andre, hai affrontato le tue paure e le hai vinte”. Cosa rispondo,
con un “non è niente, sìsssì, ma era facile”..? Rispondo con un “sì, è vero, e
ne sono soddisfatto, contento, esaltato e appagato”. Il tiro era 6c+. Il passo
forse un passo di 6a+. La caduta potenzialmente davvero lunga ma non
propriamente pericolosa a meno di non avere grossissime sfighe. F&B di tutto
questo non avranno nemmeno avuto sentore. F è troppo forte per aver solo pensato
di poter avere da salivare parecchio su quel passo.
Io ero al limite.
Ero solo.
Ero terrorizzato.
E mi sono placato.
Ho provato.
Sono andato.
Io arrampico per questo.
Perché quando va bene, quando ci riesco, nell’arrampicare mi trovo solo come non
mi trovo mai. E sono solo di fronte a me stesso, e a confrontarmi con i miei
limiti. E lì vedi tutto con chiarezza, e provi emozioni che sono tanto
semplificate quanto violente. La paura è bloccante e terrorizzante. Quando
l’affronti la determinazione è totalizzante e gelida. Quando riesci anziché
fallire, la soddisfazione è così vasta che la modestia è lampante anche in frasi
che altrimenti potrebbero apparire celebrative.
Io arrampico per semplificarmi la vita e, in quella semplicità, trovare la
potenza di emozioni primarie che tutto il resto (ambiente, amici, natura, relax)
potrebbero solo diluire.
Scusate se non è propriamente un racconto di viaggio.
Ma appena tornato a Bologna, in questo grigio, volevo scrivere quanto ho
scritto. Ciao!
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29-10-2007